Alessandro Mauro

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Sono nato nel 1965, a Roma, che poi non ho mai lasciato per più di un mese di seguito.
Questo spiega, forse, alcune scelte successive.
Tra le prime cose che ricordo ci sono un certo disagio, l’avida lettura di fumetti, la Roma e l’attitudine alla scrittura.
La mia maestra elementare prendeva sul serio il fatto che dicessi di voler fare il giornalista.
Ma il vero trionfo scolastico, in proposito, fu al liceo, quando la professoressa di Italiano lesse a voce alta un mio componimento.
Mia madre era impiegata e io, fiutando qualcosa che non saprei dire, sentivo di non voler fare l’impiegato.
Lo feci invece, a partire dai ventuno anni e proprio prendendo il suo posto, con una sensazione di afferramento a qualcosa che mi tenesse a galla nel mezzo di un naufragio.

Non mi è ancora chiaro se e quanto avessi ragione.
Resi concreto lo scarso entusiasmo lavorativo con la scelta del part-time, e provai a scrivere.
Qualche giornale di quartiere e poi un settimanale sportivo mi permisero di raccogliere un buon numero di ritagli da mostrare in giro.
Arrivarono in un giornale allora importante – L’Unità – con cui cominciai una collaborazione.
Ne vennero fuori due cose: una fondamentale palestra legata all’opportunità di scrivere spesso, e qualche volta anche in fretta, e la sensazione di essere bravo, che è cosa sempre discutibile ma molto bella da provare.
Scrivevo soltanto di film, che al tempo mi piacevano come mi sono piaciute poche cose nella vita.
Curai anche alcune rassegne per Massenzio, l’indimenticabile nascita del cinema all’aperto a Roma.

Restavo però un impiegato, ma visto che la Sip (poi Telecom Italia) faceva un bel po’ di riviste, decisi che avrei provato a diventare un impiegato scrivente, o sarei andato via.
Era il mio lascia o raddoppia. Raddoppiai, e mi trovai da un mese all’altro a fare giornali aziendali a tempo pieno. Altra palestra, in cui allo scrivere si affiancava la sistemazione degli scritti altrui, i titoli, le didascalie, le foto, la messa in pagina, il lavoro con i grafici. Un mestiere.
Durò cinque anni, minuto più minuto meno. Bellissimi. Poi una nuova proprietà ruppe il giocattolo, e qualche mese dopo scappai, puntando a fare da fuori ciò che avevo imparato là dentro.
Seguono più di vent’anni in cui ho fatto riviste – e anche altro, ma soprattutto riviste – per un sacco di gente.

Pensate a una grande azienda italiana, o a una multinazionale, o a un ente, e ci sono buone possibilità che io abbia scritto o editato qualcosa per loro.
Si tratta, per essere chiari, di attaccare l’asino dove vuole il padrone. Poi uno ci mette dentro l’etica sua, ma quello è.
Per questo quando a un certo punto mi sono messo a scrivere quello che mi pareva, non m’è sembrato vero.
Se Roma è fatta a scale, poi Basilio e adesso questo terzo libro, un’altra volta su Roma come il primo, sono i frutti di questa disciplinata libertà.
Riguardano parole cui credo poco, come “creatività”, o altre, come “letteratura”, che mi sembrano gigantesche, sproporzionate.
Rimane il fatto che impugnare un pennarello rosso, nel tentativo mai perfetto di rendere un qualsiasi prodotto editoriale meglio di quello che è, continua a piacermi parecchio.

© Alessandro Mauro // Design NextStop Design
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